In Piemonte e in provincia di Cuneo il calo demografico non colpisce tutti allo stesso modo: mentre alcune città reggono, molti territori continuano a svuotarsi. Dietro i numeri ci sono scelte, migrazioni, difficoltà di inclusione e una crescente fatica a restare. Questo articolo prova ad andare oltre le semplificazioni, per interrogarsi su come rendere i territori davvero abitabili in un mondo che è già cambiato.
In Piemonte, e in modo evidente in provincia di Cuneo, abbiamo iniziato a convivere con la paura e le conseguenze del calo demografico. Come spesso accade però, alla crescente preoccupazione non corrisponde un dibattito pubblico altrettanto approfondito: si tende a semplificare, rischiando di perdere la complessità e la varietà del fenomeno. Perché il calo demografico non si manifesta ovunque allo stesso modo, ma assume forme diverse in territori diversi, e di questo è importante tenere conto.
L’approfondimento uscito qualche giorno fa su La Stampa lo mostra bene: nei principali centri della provincia la popolazione tiene, in alcuni casi cresce. Cuneo, Bra, Mondovì, Fossano, Saluzzo registrano un saldo pari o positivo. È un dato reale, che va riconosciuto. Ma va anche letto fino in fondo.
Quella crescita non coincide con una vera inversione di tendenza. Racconta piuttosto un processo di concentrazione: le città hanno maggiore capacità di tenuta perché attraggono persone, mentre molti piccoli comuni, le valli, le aree più fragili continuano a perdere abitanti. Le nascite diminuiscono ovunque. La provincia, nel suo insieme, si assottiglia.
I nuovi residenti con background migratorio aiutano a rallentare il calo delle presenze, anche se ovviamente rientrano nelle statistiche solo le persone che riescono a diventare residenti; restano fuori infatti tutte le persone in situazione di irregolarità, così come chi fatica a stabilizzarsi nella città di domicilio per ostacoli burocratici e abitativi, italiano o straniero che sia.
Eppure, anche così, non basta. I nuovi arrivi non riescono a compensare il quadro complessivo. Anche considerando tutte le persone che arrivano sul nostro territorio – attraverso i flussi di lavoro, i programmi di accoglienza, i ricongiungimenti familiari, per motivi personali, dall’Europa e da Paesi extraeuropei – sono comunque meno di quelle che se ne vanno. In Piemonte, e anche in provincia di Cuneo, il numero di chi lascia il territorio continua a superare quello di chi arriva. Nonostante a volte mantengano la residenza, quindi non spariscono subito dalle statistiche, ma la loro vita non è più qui. Non abitano il territorio, non lo attraversano ogni giorno, non lo fanno crescere. È uno spopolamento meno visibile, ma non per questo meno concreto.

Se guardiamo alle partenze, parliamo soprattutto di giovani che se ne vanno per lavoro, per studio, per curiosità, per passioni, per cercare contesti più aperti o semplicemente più adatti alle loro aspirazioni. Di fronte a queste scelte usiamo spesso parole positive: coraggio, mobilità, spirito di iniziativa, capacità di mettersi in gioco.
Quando invece guardiamo a chi arriva, anche quando lo fa per lavorare, costruire una famiglia o stabilirsi, lo sguardo cambia. Le persone che arrivano vengono raramente lette come soggetti attivi, ma più spesso come un problema da gestire.
Eppure il movimento è lo stesso: persone che attraversano confini per costruire una vita. La differenza non sta nelle motivazioni, ma nel modo in cui scegliamo di guardarle.
Intanto, chi arriva dall’estero e potrebbe costruire qui un progetto di vita incontra una fatica che continuiamo a sottovalutare. Le difficoltà non sono legate solo alle barriere linguistiche. La complessità dei documenti, l’attesa in questura, i tempi lunghissimi per la cittadinanza, l’accesso ai servizi, l’impossibilità spesso di trovare una situazione abitativa stabile incidono negativamente sulla stabilizzazione dei nuovi residenti.
In provincia di Cuneo la crisi abitativa riguarda molti, ma per le persone straniere è aggravata da una discriminazione che esiste, anche quando non la si vuole vedere. Cognomi, accenti, provenienze diventano barriere implicite anche in presenza di lavoro regolare e reddito stabile. Senza casa non c’è stabilità. Senza stabilità non c’è futuro. E senza futuro, le persone se ne vanno.
Quando parliamo di stranieri, poi, continuiamo spesso a pensare solo ai percorsi di accoglienza. In realtà parliamo anche di cittadini europei, di lavoratori, studenti, famiglie che si muovono liberamente e confrontano territori diversi. Oggi il Piemonte – e la provincia di Cuneo – risultano poco attrattivi non tanto per la mancanza di opportunità, quanto per la difficoltà a sentirsi davvero accolti.
Nel lavoro istituzionale ho provato a portare questi temi anche nel Piano socio-sanitario: sportelli multilingue, mediatori interculturali, servizi pensati per una società che è già plurale. Sono strumenti semplici, necessari. Eppure incontrano ancora molte resistenze, come se riconoscere il cambiamento fosse una minaccia.

La mia esperienza personale va in un’altra direzione. Vivere all’estero per molti anni mi ha insegnato che l’inclusione non è uno slogan, ma una pratica quotidiana. Uffici che si impegnano affinché la comunicazione sia efficace, persone che parlano più lingue, istituzioni che accompagnano. È quello che ho ritrovato anche in contesti europei come Avignone, dove restare non è una prova di resistenza, ma una possibilità reale.
Da antropologa faccio fatica a credere ai discorsi sulla “perdita di identità”.
Le culture non sono oggetti fragili da conservare sotto vetro. Non lo sono mai state. Sono sempre state attraversate, trasformate, messe in relazione.
L’antropologia ci insegna che le società vivono di contatto e che l’idea di una cultura pura, chiusa, immobile è una costruzione recente e spesso difensiva. Il pensiero sul transculturalismo, elaborato anche da Wolfgang Welsch, descrive bene il mondo in cui già viviamo: non comunità separate, ma reti intrecciate, identità multiple, appartenenze che si sovrappongono.
È il mondo del 2026. Non un’ipotesi futura, ma il presente.

Negarlo, o viverlo come una minaccia, non protegge i territori: li isola. E un territorio che si isola, oggi, non si difende, mai svuota.
Forse dovremmo smettere di chiederci come resistere al cambiamento e iniziare a chiederci come renderlo abitabile.
Abitabile per chi arriva, ma anche per chi nasce qui e sceglie di restare. Perché il calo demografico dipende direttamente anche dalla qualità delle relazioni, dell’accessibilità dei diritti, dalla possibilità concreta di sentirsi parte di una comunità.Le città che tengono non bastano a salvare una provincia.
Abbiamo bisogno di allargare la nostra visione, abbiamo bisogno che sia più onesta rispetto a ciò che siamo già diventati. Dobbiamo riuscire a diventare una provincia che non abbia paura del mondo, ma che impari ad abitarlo.
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