Avignone: uno sguardo nel passato per rileggere il presente

Partecipazione

21/01/2026

Piccoli dettagli quotidiani raccontano un altro modo di vivere la città: trasporti, spazio pubblico condiviso, welfare e lavoro. Uno sguardo personale su Avignone e su ciò che può insegnarci qui.

Tornare ad Avignone dopo cinque anni significa accorgersi di dettagli che prima non vedevo più. Cose piccole, ordinarie, che però raccontano molto di come funziona un territorio. Dalla mobilità al welfare, dall’educazione popolare all’inclusione sociale.

Lo spazio pubblico come forma di cura

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La prima cosa che mi ha colpito sono stati i treni. Non sono tutti nuovissimi, ma cancellazioni e ritardi non sono all’ordine del giorno come da noi. Soprattutto mi hanno sorpresa i messaggi dagli altoparlanti: a ogni fermata vengono date indicazioni che parlano di rispetto dello spazio condiviso, come il semplice invito a “mettere gli auricolari”. Una frase minima, ma che racconta un’idea di convivenza e attenzione reciproca.

È vero: i treni costano. Ma esiste un sistema diffuso di carte di riduzione, soprattutto per chi è au chômage (disoccupato). Gli sconti valgono anche per musei, eventi culturali e spazi pubblici. È una scelta che considero profondamente sensata: chi cerca lavoro spesso anticipa spese senza sapere se potrà recuperarle. E allo stesso tempo si riconosce che il tempo della disoccupazione non dovrebbe essere solo attesa e ansia, ma anche possibilità di nutrirsi di altro, di cultura, di relazioni.

Una città progettata per le persone, non per le auto

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Un anno dopo il mio arrivo è iniziato il mandato di Cécile Helle, sindaca di centrosinistra, che in dieci anni ha cambiato radicalmente la mobilità di Avignone. Fuori dalle mura storiche la circolazione è diventata volutamente più complessa per le auto: sensi unici, priorità a bici e tram, più strade pedonali.

Il risultato è molto concreto: per andare dal punto A al punto B conviene davvero la bici. Anche per raggiungere la ceinture verte — la cintura agricola che circonda la città — sono state installate barriere per chi non è residente. Alle critiche di chi usa l’auto, la risposta è sempre stata netta: non sono obiezioni da cui farsi guidare. Una posizione chiara, che dice molto sul tipo di scelte politiche fatte.

Lavoro, tutele e possibilità di scegliere

Molte delle persone con cui ho condiviso la mia esperienza ad Avignone fanno diversi lavori, spesso senza orari e luoghi fissi. Ma non sono partite IVA. Vengono pagate con contratti occasionali da associazioni, istituzioni o aziende. Lavorano nell’educazione popolare, nella formazione, nel coaching.

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Quando il lavoro si interrompe, hanno diritto a un periodo di au chômage, che diventa tempo per formarsi, studiare, riorientarsi, non solo per sopravvivere. Anche chi lavora nell’arte è tutelato grazie allo status di intermittents du spectacle, che garantisce contribuzione e continuità.

Questo si riflette nelle abitudini quotidiane: gruppi di acquisto solidali, bici, mercati sostenibili, orti, scambio di vestiti, second hand. Non perché le persone siano migliori, ma perché il contesto rende queste scelte praticabili.

Uno sguardo che resta e si trasforma

È in questo contesto che ho vissuto ad Avignone tra i 23 e i 27 anni, dal 2013 al 2018. Ho iniziato con un servizio civile nell’associazione Latitudes, che lavora sull’educazione popolare: creare spazi in cui le persone possano prendere parola, interrogarsi, confrontarsi, usando strumenti partecipativi.

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Da lì sono passata a un contratto di lavoro, poi a un ruolo di co-direzione orizzontale e infine alla formazione DEJEPS, tenendo insieme militanza e competenze professionali. Avignone è stata anche una bolla: positiva, ricca, ma a volte distante dalla complessità di altri territori. Per questo a un certo punto ho sentito il bisogno di tornare e capire cosa di quello sguardo fosse davvero trasferibile.

Oggi, anche per il ruolo istituzionale che ricopro, non guardo più all’estero come a un rifugio, ma come a uno spazio da cui imparare per provare a cambiare le cose qui.



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