Immaginare il futuro con rabbia, speranza e Berlinguer

Antifascismo

07/03/2026

Una mostra per ripercorrere la storia di un uomo che ha saputo dare speranza per un futuro migliore. Dalle sue parole e dalle lotte del PCI, un'iniezione di rabbia e determinazione per la politica di oggi e di domani.

La mostra a Torino dedicata all’amato segretario del PCI ci racconta non solo quello che è stato, ma anche quello che potrà essere

Qualche giorno fa sono stata alla mostra “I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer” al Museo Fico di Torino. È molto strano provare nostalgia per qualcosa che non si è mai vissuto. Un tempo di piazze piene e parole pesanti come macigni al confronto delle parolette che si fanno in politica oggi. 

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Ho ripercorso la storia di un uomo, che era alla fine solo un uomo, ma capace di dare speranza ad un paese intero per un futuro dove il capitalismo feroce non avrebbe potuto rovinare famiglie, rubare salute, depredare natura. Un uomo che di sé stesso apprezzava la capacità di non perdere mai il sogno di quando era ragazzo: il sogno comunista, il sogno di un mondo migliore. E come lo intendeva lui il comunismo ben lo ha raccontato nel suo discorso a Mosca per i 60 anni dalla rivoluzione di ottobre. Un’idea tra le altre, democratica, ma secondo lui quella per cui valeva la pena spendere una vita, e sacrificare anche qualcosa. Insomma si capisce perché così tante persone avessero riposto in lui una così grande fiducia. D’altronde diceva Gaber che “Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona”. 

E la politica di oggi?

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Una brava persona. Sono in politica da poco tempo ma mi rendo conto che poter usare queste parole per descrivere chi se ne occupa è piuttosto raro. Lavorare in modo così disinteressato per il benessere collettivo è il dono più grande che una persona che fa politica può regalare a chi oggi invece la politica sembra solo subirla. Ne subisce i macchinamenti, i favori, i mezzucci, le scelte per partito preso, i battibecchi, i veleni, la miopia, la cattiveria. 

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Guardando le foto, leggendo le lettere, ascoltando le registrazioni, osservando i manifesti del PCI che sostenevano le stesse battaglie che sosteniamo oggi, ho provato tante cose diverse. Da una parte rabbia, perché sembra che i problemi del mondo siano sempre gli stessi. E non è strano, se quando siamo chiusi al sicuro delle commissioni ci ritroviamo a essere tutti d’accordo sull’oggettività dei problemi e delle soluzioni, ma poi la polarizzazione che porta i voti, i comandi dall’alto, i soldi che si decide di mettere sempre da qualche altra parte, fanno scomparire il buon senso dimostrato nelle sessioni chiuse al pubblico. Eh sì, ho provato una grande rabbia. Come dicevo anche una forte nostalgia. Ma anche stimoli e consapevolezza che c’è modo di fare politica in modo diverso. Non so se sarò all’altezza di una persona così colta, pacata, amata da chi la pensava come lui e da chi aveva idee diverse. Però so che quando ho deciso di dedicarmi a questa avventura ho raccolto la sua eredità, la sua e quella di uomini e donne che nel tempo hanno lottato contro l’entropia del capitalismo, contro l’avidità dei pochi a scapito dei tanti. 

L’intersezionalità delle lotte come motore di cambiamento

Donne…ecco devo dire che ce n’erano poche intorno ai tavoli a cui sedeva Berlinguer. Una tendenza che seppur lentamente e con fatica, sta cambiando. Come sta cambiando il peso delle battaglia per l’uguaglianza di genere nei dibattiti, nelle agende politiche, nell’attivismo sociale. E anche questo mi dà speranza. Perché se non ci sono riusciti loro a cambiare le cose magari ci riusciremo noi adesso. Che abbiamo deciso di fare della lotta intersezionale la nostra bussola e il nostro strumento. Non siamo stati fermi. Forse le istituzioni sì, anzi hanno spesso fatto qualche passo indietro. Ma la società civile no. C’è sempre stato chi ha continuato a produrre pensieri, a confrontarsi, a dare nuovi stimoli alla nostra società. È ora che queste persone prendano in mano le istituzioni, si candidino, creino una massa critica così forte da schiacciare in numero non solo chi questo cambiamento non lo vuole e lo osteggia, ma anche gli indifferenti, il peso morto che il capitalismo è stato così bravo a ingrassare un poco alla volta. È questo il momento, abbiamo tutti gli strumenti, tutta la rabbia, tutta la speranza che serve. Io un po’ incosciente, a volte con un gran senso di inadeguatezza, ma con una gran voglia di cambiamento, l’ho fatto. Non vedo perché non dovreste farlo tutte e tutti.  

E adesso?

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Il prossimo anno sarà periodo di elezioni, nazionali e locali sul territorio. Una delle responsabilità che sento (o che percepisco essermi stata data) è di contribuire al rilancio di una politica di sinistra della provincia di Cuneo nel mezzo delle piane di pensiero democristiano che da decenni caratterizzano il territorio. 

Stiamo lavorando su un percorso di engagement della società civile che porti questi valori e questa visione nella politica locale perché è da lì che può partire il cambiamento. Insomma vorremmo che quello che è successo con la mia elezione da outsider non resti un esperimento isolato. Ve ne parlerò nelle prossime settimane, ma se siete tra coloro che ne sentono il bisogno e hanno voglia di mettere pensieri in comune, iniziate a farvi avanti! Mi trovate qui!

Ps: la mostra di Berlinguer è visitabile a Torino fino al 15 di marzo e ne vale proprio la pena.

Raccomando anche il film “Cercando Enrico” del regista locale Remo Schellino, che alterna la narrazione della vita di a Berlinguer a quella di cuneesi attivi e attive nel panorama politico cittadino. 



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