Dalla crisi energetica all’agroecologia: come cambiare la nostra agricoltura

Ambiente

29/04/2026

La crisi energetica e l’aumento dei costi dei fertilizzanti hanno messo in luce la fragilità dell’agricoltura industriale. Ma un’alternativa esiste già. Dalle esperienze sul territorio piemontese alla ricerca scientifica, l’agroecologia emerge come una risposta concreta per ridurre le dipendenze, rafforzare le filiere locali e costruire un modello più giusto e sostenibile. La domanda, allora, è politica: se queste soluzioni funzionano, perché non vengono sostenute con decisione?

Una crisi che cambia lo sguardo

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Campo di mais colpito dalla grandine

La chiusura dello Stretto di Hormuz e l’impennata dei prezzi dei fertilizzanti hanno reso evidente una dipendenza strutturale da filiere lunghe, input chimici energivori ed equilibri geopolitici instabili. Basta “poco” (un conflitto, una crisi energetica) per mettere in difficoltà intere produzioni. E a pagarne il prezzo, alla fine, sono sempre le persone: chi lavora la terra e chi il cibo lo compra. 

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un articolo de Il manifesto che ha dipinto con grande chiarezza questo scenario (ma spunti interessanti arrivano anche da Internazionale), offrendo però al contempo una lettura positiva. 

Nell’articolo si riconosce infatti nell’agricoltura biologica e nei modelli agroecologici una possibile soluzione alla dipendenza dall’esterno, riducendola in modo significativo e strutturale. Attraverso pratiche come le rotazioni colturali, il sovescio o l’utilizzo di varietà adattate ai contesti locali, si torna a valorizzare ciò che il territorio già offre, invece di dipendere da input acquistati su mercati globali instabili.

L’agroecologia: da alternativa a necessità

In questo contesto l’agroecologia può smettere di essere percepita come un’alternativa “di nicchia” e affermarsi come proposta efficace e concreta per lo sviluppo della nostra agricoltura.

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Popillia japonica in trappola

Ridurre la dipendenza da input esterni, valorizzare le risorse locali, accorciare le filiere, rigenerare i suoli possono sembrare slogan buoni per un po’ di romanticismo rurale, ma la verità è che possono essere la risposta per gestire i rischi connessi ad un’agricoltura estensiva, una garanzia per l’autonomia dei produttori e per la sicurezza alimentare.

Le esperienze che stanno già cambiando le cose

Questa trasformazione, anche qui in Piemonte, sta già lentamente avvenendo grazie a chi da anni porta avanti un lavoro costante e solido in questa direzione.

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Negli ultimi mesi ho incontrato e continuo a seguire l’esperienza di Deafal, un’associazione che da anni lavora tra cooperazione internazionale e formazione agricola, e che oggi è un punto di riferimento per chi vuole intraprendere percorsi di agricoltura organica e rigenerativa.

Quello che colpisce del loro lavoro è l’approccio: scientifico, concreto, senza dogmi. Un modo di stare nella transizione che rifiuta sia il negazionismo sia le scorciatoie ideologiche. E soprattutto la capacità non comune di mettere al centro del proprio lavoro l’immaginazione.

Perché uno dei problemi più grandi che abbiamo oggi è proprio che ci siamo convinti che “non si può fare”. Non importa cosa, non ci provare, non cambierà mai nulla.

E invece c’è chi lo fa, ogni giorno. Agricoltori e agricoltore che sperimentano pratiche diverse, che riducono la dipendenza da fertilizzanti chimici, che costruiscono filiere più corte e resistenti. Comunità che si organizzano, che apprendono, che condividono conoscenze.

Ricerca e innovazione: il cambiamento è già in campo

La ricerca scientifica non è stata certo ferma. Anzi, è proprio la ricerca ad aver fornito solide basi perché questo cambiamento possa diventare davvero strutturale. 

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Pannelli agrivoltaici sopra i mirtilli

Visitando il centro di frutticoltura di Agrion, fondazione piemontese dedicata alla sperimentazione in agricoltura, ho visto con i miei occhi quanto queste trasformazioni siano già avanzate: riduzione significativa dell’uso di acqua e fitofarmaci, agricoltura di precisione, integrazione con soluzioni come l’agrivoltaico.

Il nodo politico: tra inerzia e possibilità

E allora viene spontanea una domanda: se queste soluzioni esistono, se funzionano, se permettono di avvicinarsi — e in alcuni casi raggiungere — gli obiettivi europei sulla riduzione degli input chimici, perché la politica fatica così tanto a sostenerle con decisione? Perché invece di abbracciare queste innovazioni che potrebbero portarci avanti verso la costruzione di un mondo più giusto per la terra e le persone e gli animali che la abitano, ci si ostina ad osteggiarle?

Troppo spesso si preferisce inseguire la propaganda o difendere equilibri consolidati, invece di investire con coraggio in ciò che funziona davvero. Nonostante un’agricoltura meno dipendente dai fossili, più autonoma, più giusta per chi lavora e più sostenibile per chi verrà dopo di noi sia evidentemente un obiettivo per cui vale la pena spendere tutte le nostre energie. Ed è anche ormai chiaro che non possiamo permetterci di rallentare.

Non perdere ciò che esiste già

Dobbiamo continuare a sostenere queste esperienze, a renderle visibili, a costruire alleanze tra chi già oggi sta praticando il cambiamento.

E dobbiamo chiedere conto, con forza, a chi governa: perché non stiamo andando più veloci? Perché non stiamo dando priorità a ciò che fa bene alla salute, all’ambiente e anche all’economia delle persone?

Il futuro che immaginiamo può sembrare lontano. Ma in realtà è già iniziato. Sta crescendo nei campi, nei centri di ricerca, nelle reti di agricoltori e nelle comunità.

Sta a noi decidere se accompagnarlo — o continuare a rincorrerlo.

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