Il caldo estremo non è solo un disagio stagionale: sta diventando una questione sociale, sanitaria e politica. Le città si scaldano, le isole di calore rendono alcuni quartieri sempre meno vivibili e la possibilità di stare al fresco non è garantita a tutte e tutti allo stesso modo. Chi ha meno reddito, case meno adeguate, lavori più esposti e meno tutele paga il prezzo più alto della crisi climatica. Dal tema della cooling poverty alla campagna 1% Equo, il caldo ci obbliga a guardare in faccia i grandi nodi del nostro tempo.
Il caldo di questi giorni è stato, ed è, insopportabile. In alcune ore della giornata ci siamo dovute arrendere all’idea che uscire per strada sia quasi impossibile, se non per poco tempo. E sempre facendo attenzione a non muoversi troppo. Ormai è diventata una questione di sopravvivenza.
La sensazione di soffocamento cresce insieme ai palazzi e all’asfalto. Quando va bene si riesce a fare una pausa tra un albero e l’altro. Quando va male il sole picchia sulla testa senza tregua, e l’unica possibilità è sperare in una traversa ombreggiata dai palazzi. Sempre che non sia mezzogiorno. E comunque, prima o poi, sulla strada senza ombra bisogna tornarci, per raggiungere la propria meta. A meno di non cambiarla, pur di evitare il caldo.
Ne parlo sapendo di essere privilegiata. Intanto perché sopporto abbastanza bene il caldo. Ma soprattutto perché, se anche un giorno volessi cedere all’aria condizionata, in ufficio o a casa, potrei farlo. Ma chi non può? Chi non può permettersi di stare al fresco? Chi lavora sotto il sole? Chi vive o lavora in carcere, in spazi spesso inadatti ad affrontare temperature estreme? Chi abita in stanze non aerate, in mansarde, in dormitori, in case mal isolate?
In queste settimane si parla sempre più di cooling poverty, la condizione di chi, in un mondo sempre più caldo, non ha un accesso equo al raffrescamento a causa di redditi bassi, costi energetici elevati e abitazioni inefficienti. Non tutte le persone possono permettersi di raffrescare la propria casa. E non tutte vivono in edifici capaci di proteggere dal caldo. Le famiglie più povere che possono arrivare a spendere fino all’8% delle loro entrate in elettricità, a fronte di una spesa del 0,2-2,5% per le famiglie più ricche.

Siamo abituati a pensare che la ricchezza si veda nelle auto, nei viaggi, nei ristoranti, negli hotel di lusso, nei vestiti firmati. Ma la verità è che la differenza tra chi è povero e chi è ricco si vede soprattutto quando si parla di bisogni essenziali: la salute, la possibilità di reggere un periodo di crisi, la sicurezza della propria casa, la capacità di proteggersi dal caldo.
Per questo il problema non è solo energetico. È sociale. Ed è anche urbanistico.

Infatti dobbiamo chiederci in che città viviamo e in che città vorremmo vivere. Città dove l’unica risposta al caldo è chiudersi in casa con il condizionatore acceso? Oppure città capaci di proteggere le persone, di creare ombra, di restituire spazio al verde, all’acqua, alla socialità, alla mobilità dolce?
Qualche settimana fa ho partecipato al Festival dell’Ambiente di Racconigi. Con Lucio Vaira, fondatore di Walden e del progetto Robin Wood, abbiamo parlato proprio di città, qualità della vita, acqua, calore urbano, territorio e spazio pubblico.
Ho portato alcuni esempi concreti di città che ho vissuto e attraversato negli anni. Parigi, che ha rimesso al centro il rapporto con il fiume e con gli spazi pubblici. Barcellona, che con i superblocchi ha restituito spazio alle persone invece che alle auto. Avignone, dove la mobilità ciclabile è pensata come un sistema vero, con servizi, collegamenti e infrastrutture. Lubiana, che ha costruito la propria idea di città attorno alla vivibilità e all’equilibrio tra verde, mobilità e socialità.

Non serve però guardare solo lontano per trovare esempi interessanti. Anche ad Alba, nella riqualificazione di un’area verde cittadina, sono stati inseriti giochi d’acqua, percorsi drenanti e nuove essenze verdi pensate per resistere meglio ai cambiamenti climatici: piccoli interventi concreti che rendono lo spazio pubblico più vivibile, soprattutto nelle giornate più calde.
Non sono modelli da copiare in modo meccanico perché ogni città è diversa e ha la sua storia e le sue possibilità di evoluzione. Sono però esempi utili per capire che le città possono cambiare. Dall’aumento del verde pubblico, alla rimozione di asfalto e cemento a favore di pavimentazioni drenanti. Dall’impiego di materiali riflettenti alla facilitazione dell’accesso all’acqua nello spazio pubblico.
Ma oltre ad un ripensamento profondo del modo in cui costruiamo e trasformiamo le nostre città, servono interventi immediati e, ormai, urgenti. Tra questi, aumentare e rendere più accessibili le cosiddette “isole di freschezza”: luoghi pubblici o aperti alla cittadinanza dove potersi riparare dal caldo, trovare ombra e acqua.

A Parigi è stata lanciata una campagna informativa per segnalare i luoghi freschi accessibili alla popolazione: parchi, biblioteche, musei, piscine, luoghi climatizzati, spazi ombreggiati. Anche New York, di fronte a una nuova ondata di calore, ha rilanciato una rete di cooling centers, con un sito dedicato per trovare il punto di refrigerio più vicino.
E in tutto questo non abbiamo ancora nominato l’elefante nella stanza: il cambiamento climatico.
È il cambiamento climatico che sta rendendo sempre più difficile vivere, lavorare, abitare, attraversare le nostre città. E mentre il pianeta si scalda, non tutte e tutti pagano lo stesso prezzo. C’è chi continua ad arricchirsi, consumare, accumulare e scaricare costi ambientali e sociali sugli altri. E c’è chi resta con un lavoro povero, una casa inadatta, una bolletta troppo alta, un corpo esposto al caldo.
Il caldo di questi giorni incontra i grandi temi del nostro tempo: la deriva insostenibile del capitalismo, il pianeta che cuoce per sostenere uno sviluppo a ogni costo, le disuguaglianze che aumentano.

Per questo dobbiamo iniziare a chiedere qualcosa indietro. La campagna 1% Equo va esattamente in questa direzione: una proposta di legge di iniziativa popolare per chiedere a chi possiede grandi patrimoni di contribuire di più, finanziando sanità, casa, scuola, ambiente, lavoro, welfare.
Il caldo non pesa allo stesso modo su tutte e tutti: per qualcuno è fastidio, per altri diventa un problema di sopravvivenza. Per questo non possiamo parlare di città più fresche senza parlare di giustizia sociale.
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