Strasburgo non è solo una città simbolo dell’Europa, ma un luogo in cui i confini, la storia e le istituzioni diventano concreti. In questo viaggio, insieme a ragazze e ragazzi del Piemonte, emerge una domanda fondamentale: di chi è davvero l’Europa oggi? Tra memoria, partecipazione e politica, un racconto su ciò che funziona — e su ciò che ancora deve cambiare per renderla una possibilità reale per tutte e tutti.
Negli scorsi giorni sono stata a Strasburgo per accompagnare le ragazze e i ragazzi che hanno vinto il concorso regionale Cittadini tra cittadini europei, promosso dalla Consulta europea regionale.
Hanno partecipato con elaborati diversi — podcast, testi, video, fotografie — affrontando temi enormi e attualissimi, dall’intelligenza artificiale all’ambiente. Ma la cosa che mi ha colpita di più è stata la loro curiosità.

Tante e tanti di loro hanno già voglia di capire come funziona la vita politica, come si costruiscono le decisioni, come si rappresenta una comunità, come si può scegliere di mettersi in gioco. Alcune e alcuni sono già attivi nei movimenti giovanili dei partiti, altre e altri sono semplicemente persone attente, sensibili, interessate al mondo. Ed è stato davvero uno stimolo enorme.
Stare con loro è stato uno dei motivi per cui ho scelto di fare questo viaggio.
E proprio stando con loro a un certo punto mi è venuto naturale farmi una domanda. Chi non c’è? Chi resta fuori da queste esperienze?

Certo, qui ho incontrato i ragazzi e le ragazze che rappresentano l’eccellenza delle nostre scuole, chi prende i voti più alti o chi ha mostrato più interesse e curiosità verso questi temi. Ma a mancare all’appello non c’è soltanto chi non si interessa, ma anche chi non riesce ad accedere a queste opportunità, a causa di ostacoli linguistici ed educativi.
Diventa impossibile allora non ricominciare a pensare ai limiti dei confini. Ma non parlo solo delle persone con background migratorio, che spesso più che vivere l’Europa la subiscono.
I confini non sono solo una linea sulla carta geografica, ma qualcosa che attraversa le vite delle persone: decide chi può muoversi, chi può partecipare, chi viene riconosciuto e chi resta ai margini. Decide chi ha accesso a diritti e opportunità, e chi invece deve continuamente dimostrare di meritarli.
Per questo l’Europa, se vuole essere davvero all’altezza della sua storia, non può limitarsi ad abbattere i confini tra Stati. Deve interrogarsi anche sui confini sociali, culturali e istituzionali che ancora oggi escludono.
Ed è anche per questo che luoghi come Strasburgo hanno un valore così forte.
Strasburgo non è una città qualunque. È uno dei luoghi in cui l’Europa smette di essere una parola astratta e diventa spazio, istituzione, memoria.

L’Alsazia, ad esempio, ha cambiato nazionalità quattro volte. Questo ha significato cambiare documenti, lingua, nomi delle vie, identità. Durante la Seconda guerra mondiale, molti alsaziani sono stati obbligati a combattere nell’esercito nazista — i cosiddetti Malgré-nous. Al memoriale Alsace-Moselle, che abbiamo avuto il piacere di visitare, emergono storie fortissime, anche di giovanissimi che non volevano collaborare e si sono ritrovati dentro una guerra più grande di loro.
Sono vicende che fanno riflettere profondamente su cosa significhino i confini, l’appartenenza, la nazionalità. E su quanto possano incidere, nel concreto, sulle vite delle persone.
Questo viaggio mi ha fatto pensare anche a un’esperienza che avevo fatto a 18 anni in Kosovo, pochi mesi dopo l’indipendenza, con un progetto europeo. Eravamo un gruppo di giovani, divisi tra serbi e kosovari, e abbiamo lavorato insieme su una simulazione per affrontare il tema delle case e delle famiglie divise dai nuovi confini.
È stato potente, perché ci siamo messi davvero nei panni di chi vive quelle situazioni. E lì ho capito quanto siano complesse le conseguenze delle frontiere, quanto incidano sulla vita quotidiana, sulle relazioni, sulle possibilità.

Forse anche per questo oggi viene da chiedersi quanto il concetto di confine sia ancora adeguato a un mondo così interconnesso.
Ma proprio perché per cambiare serve capire il mondo in cui viviamo, la visita al Parlamento europeo è stata una delle parti più importanti di questi giorni.
L’organizzazione ha permesso alle ragazze e ai ragazzi non solo di visitare un’istituzione, ma di entrarci davvero. Hanno partecipato a un gioco di ruolo, immedesimandosi nel lavoro delle e dei parlamentari europei: commissioni, negoziazioni, voto in plenaria, confronto tra posizioni diverse. Hanno potuto sperimentare, anche se per poco, la complessità del processo decisionale europeo.

Abbiamo poi assistito a una seduta plenaria. Mi ha colpito la rapidità delle votazioni, il silenzio dell’aula, la precisione dei passaggi. Un contesto enorme, con tantissime persone, eppure con un livello di ordine e concentrazione molto diverso da quello a cui sono abituata in Consiglio regionale. Si percepiva in modo molto concreto il funzionamento di una macchina istituzionale complessa.
È stato emozionante anche riconoscere alcune figure politiche viste tante volte da lontano e ritrovarle lì, nel luogo in cui ogni giorno si prendono decisioni che riguardano tutte e tutti noi.
Un altro momento prezioso è stato l’incontro con le e gli europarlamentari. Le ragazze e i ragazzi hanno fatto domande sui temi di attualità, ma anche sui percorsi personali, sulle difficoltà, su cosa significhi concretamente intraprendere una carriera di rappresentanza.
È stata un’opportunità importante.
E forse la cosa più significativa è che, pur tra posizioni politiche diverse, è emerso un messaggio comune: l’Europa va coltivata. Non può essere data per scontata. Ha bisogno di conoscenza, partecipazione, confronto, spirito critico.
Per me il tema europeo è sempre stato molto importante. Forse perché appartengo a una generazione che ha potuto beneficiarne concretamente. Fare l’Erasmus, partire, vivere per un periodo fuori dal proprio contesto, incontrare persone di altri Paesi, altre lingue, altre culture, non era solo “andare all’estero”. Era — ed è — una possibilità enorme.
Significa uscire dal proprio punto di vista, guardarsi da fuori, scoprire chi si sta diventando. Significa incontrare persone che ti restituiscono uno sguardo diverso su di te. Significa capire che l’Europa non è soltanto un insieme di trattati o istituzioni, ma anche una concreta possibilità di crescita, relazione e libertà.
Ma proprio per questo non possiamo accontentarci.
Perché l’Europa non è davvero tale se resta accessibile solo a chi ha già gli strumenti per attraversarla. Deve essere una possibilità reale per tutte e tutti. Deve essere capace di ridurre le disuguaglianze, non di riprodurle.
Vedere ragazze e ragazzi così presenti e interessati è stato bellissimo. Ma ancora più importante è fare in modo che questa possibilità si allarghi, che diventi più giusta, più accessibile, più condivisa.
Perché l’Europa non è qualcosa di lontano.
È una possibilità concreta, che cambia le vite — quando la rendiamo davvero di tutte e tutti.

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