Dopo anni di denunce, anche in Piemonte qualcosa comincia a muoversi contro lo sfruttamento lavorativo in agricoltura. La Commissione Legalità del Consiglio regionale ha approvato all’unanimità un documento che ricostruisce il fenomeno e propone strumenti concreti: dagli indici di congruità, utili a individuare situazioni sospette confrontando il fabbisogno di manodopera con le ore dichiarate, alla possibilità di intervenire sulle denominazioni dei prodotti ottenuti attraverso gravi violazioni dei diritti. È un primo passo, non una vittoria definitiva. Ora il lavoro deve tradursi in una legge regionale, in controlli efficaci e in una responsabilità condivisa da istituzioni, imprese e società civile.
Parlare di buone notizie quando si affronta il tema dello sfruttamento lavorativo può sembrare fuori luogo, forse persino troppo ottimistico.
Eppure l’ottimismo fa parte del linguaggio e dell’approccio politico che scelgo di utilizzare. Perché, se cediamo al cinismo e alla disillusione, diventa difficile trovare la motivazione per andare avanti e convincere altre persone che impegnarsi vale ancora la pena.
E invece ne vale la pena. Soprattutto quando, dopo anni di denunce che sembravano cadere nel vuoto, un territorio comincia finalmente a riconoscere e ad affrontare crimini inumani e umilianti, commessi contro le persone più vulnerabili e marginalizzate.
Ma veniamo alla notizia.
Nel gennaio del 2025, supportata dalle colleghe di Alleanza Verdi e Sinistra, ho chiesto di costituire, all’interno della Commissione Legalità del Consiglio regionale di cui faccio parte, un gruppo di lavoro dedicato allo sfruttamento lavorativo in agricoltura.
Ottenuto il via libera, abbiamo avviato un lungo percorso di audizioni, ascoltando associazioni, organizzazioni sindacali e datoriali, enti pubblici e realtà che da anni affrontano questo fenomeno sul territorio.

Questi incontri ci hanno consentito di approfondire il problema da molti punti di vista e di costruire una conoscenza comune delle criticità, delle cause strutturali, delle buone pratiche già esistenti e delle possibili soluzioni.
Al termine del percorso, la Commissione Legalità ha approvato all’unanimità un documento che ricostruisce la situazione piemontese e propone una serie di interventi concreti.
Non è stato un lavoro semplice. Riconoscere l’esistenza del problema non significa automaticamente condividere le soluzioni: entrano in gioco visioni politiche differenti, priorità e sensibilità diverse. È stato quindi necessario trovare un equilibrio che permettesse a tutti i gruppi di riconoscersi nel documento, senza però svuotarlo o edulcorarlo fino a renderlo innocuo.
Il rischio, quando un testo deve andare bene a tutti, è che finisca per non dire nulla.
Credo che siamo riusciti a evitarlo. Non accade spesso che maggioranza e opposizione condividano un documento di questo tipo. Significa che il lungo lavoro di ascolto ha prodotto una lettura comune delle cause dello sfruttamento in agricoltura.
È un punto di partenza importante, perché quando l’analisi è condivisa diventa più difficile voltarsi dall’altra parte.
Tra le diverse proposte contenute nel documento, ce ne sono due sulle quali desidero soffermarmi.
La prima proposta nasce, come spesso accade, dal lavoro sul territorio e dall’ascolto di chi da anni si occupa di questi fenomeni, molte volte con la sensazione di combattere contro i mulini a vento.
Il ragionamento alla base è: sappiamo, con una ragionevole approssimazione, quante ore di lavoro sono necessarie per coltivare una determinata superficie. Possiamo quindi confrontare quel fabbisogno con le ore di lavoro regolarmente dichiarate dalle aziende.
Se per coltivare un certo numero di ettari servono un certo numero di ore, ma i contratti attivati ne coprono soltanto una parte, significa che qualcosa non torna.
A partire da questa intuizione, per capire meglio quale fosse la situazione sui nostri territori, abbiamo presentato una richiesta di accesso agli atti ad Agenzia Piemonte Lavoro, ottenendo i dati sui contratti attivati attraverso il Centro per l’impiego di Alba. Questi dati sono stati successivamente utilizzati da Altreconomia nell’inchiesta Grappoli amari. Incrociandoli con le stime sul fabbisogno di manodopera elaborate con il contributo di agronomi, il dossier ha stimato, per il biennio 2023-2024, un valore del lavoro non dichiarato compreso tra 26,3 e 39,8 milioni di euro.

Si tratta peraltro di una stima prudenziale, che considera come lavorate tutte le ore potenzialmente previste dai contratti. Nel settore agricolo, dove molti rapporti funzionano a chiamata, le ore effettivamente svolte possono essere anche di molto inferiori.
Di fronte alla dimensione del fenomeno, abbiamo insistito perché tra le proposte del documento venisse inserito l’utilizzo degli indici di congruità: parametri che permettono di stimare quanta manodopera è necessaria per lavorare una determinata coltura o superficie.
Non è uno strumento pensato per accusare automaticamente un’azienda. Una discrepanza non costituisce di per sé la prova di un reato, ma rappresenta un segnale che può aiutare a orientare i controlli e a individuare le situazioni nelle quali è necessario approfondire.
Gli indici permetterebbero inoltre, insieme a un sistema pubblico efficace di incontro tra domanda e offerta, di programmare meglio il lavoro stagionale e il fabbisogno di manodopera. Strumenti analoghi sono già stati introdotti in regioni come la Puglia e il Lazio, ed è proprio studiando le loro leggi regionali siamo arrivati a proporre questa soluzione.
Il secondo elemento riguarda il legame tra la qualità dei prodotti agricoli e le condizioni nelle quali vengono realizzati.
Il documento propone che, nei casi accertati di grave violazione dei diritti dei lavoratori, la Regione possa intervenire anche sui disciplinari e sulle denominazioni di propria competenza.
Non possiamo continuare a raccontare l’eccellenza di un prodotto ignorando il modo in cui è stato ottenuto. La qualità di un vino, di un frutto o di qualsiasi prodotto agricolo deve andare di pari passo con la qualità del lavoro impiegato per produrlo.
È una battaglia sostenuta da tempo anche da Matteo Ascheri, già presidente del Consorzio di tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani, che negli anni ha denunciato apertamente lo sfruttamento nei vigneti e la necessità di costruire una responsabilità reale lungo tutta la filiera.
Nella stessa direzione va il nuovo sistema volontario di qualificazione etico-legale promosso dalla Camera di commercio di Cuneo, insieme alla Prefettura, alla Regione Piemonte e agli attori economici e sociali del territorio, presentato pochi giorni fa al territorio dagli attori coinvolti nell’elaborazione di questo strumento.

Le imprese contoterziste che rispettano determinati requisiti relativi alle condizioni di lavoro, agli alloggi, ai trasporti e alla formazione possono ottenere il cosiddetto “Bollino Etico Legale”.
Naturalmente un sistema volontario non può sostituire le leggi, i controlli pubblici e la responsabilità dell’intera filiera. Ma contribuisce a mantenere alta l’attenzione sul tema, dimostra che qualcosa si sta muovendo e che una parte del mondo produttivo è pronta ad assumersi le proprie responsabilità.
Il prossimo passaggio sarà portare i risultati del gruppo di lavoro all’attenzione del Consiglio regionale.
Quello che vogliamo è che il percorso avviato non si fermi a una relazione, ma porti all’approvazione di una legge regionale contro lo sfruttamento lavorativo in agricoltura, capace di trasformare le proposte emerse in strumenti concreti.
Ovviamente non è sufficiente. Non possiamo pensare che un documento condiviso cancelli anni di sfruttamento, silenzi e complicità. Non possiamo cantare vittoria.
Ma è una buona notizia, perché dimostra che qualcosa si sta muovendo e che il tema non può più essere ignorato.

Adesso dobbiamo continuare a parlarne, a portarlo fuori dalle sedi istituzionali e a costruire consapevolezza nei territori. Lo abbiamo fatto anche a Cuneo, durante l’evento “DOLCE AMARA. Il saluzzese, il cuneese, le Langhe. Cosa è stato fatto e cosa resta da fare per contrastare lo sfruttamento lavorativo nelle nostre terre”, organizzato da CGIL, Libera e ARCI, dove insieme al collega consigliere regionale Mauro Calderoni, abbiamo presentato la relazione dei lavori del gruppo alle organizzazioni sindacali e alle realtà impegnate ogni giorno contro il caporalato e lo sfruttamento.

E serve che la società civile continui a fare rumore, a denunciare, a proporre e a spingere le istituzioni ad agire. Solo insieme, lavorando in sinergia, possiamo pensare ad un reale cambiamento. Che oggi sembra davvero possibile.
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