Cercando una persona di cui si sono perse le tracce, arrivo in un angolo di mondo surreale: le ex piscine di Parco Sempione a Torino. In disuso da anni, sono diventate luogo di spaccio e consumo di crack, ma anche una sorta di terribile rifugio per chi è chiuso nella morsa della dipendenza. A partire da questa esperienza impattante, ripercorro gli obiettivi per superare questa vera e propria emergenza sociale.
Quest’autunno ero seduta a un bar in corso Giolitti, a Cuneo, nell’isolato vicino alla stazione, quando si è avvicinato un ragazzo guineano e mi ha chiesto in inglese se fossi Giulia; gli ho detto di sì e lui mi ha spiegato che vive in Olanda con la sua famiglia e che era arrivato a Cuneo da due giorni per cercare suo fratello, che non sentivano da tempo e che risultava scomparso.

Mi ha fatto vedere delle foto e l’ho riconosciuto subito.
Era un ragazzo che avevo conosciuto tempo prima, che a un certo punto era entrato nella morsa del crack, fino a finire accoltellato in piazza Boves per questioni legate alla droga; ero andata a trovarlo in ospedale e mi aveva detto che avrebbe smesso, che si sarebbe rimesso a posto, poi l’avevo ritrovato in carcere, cambiato, più in forma, pulito, e da lì ogni volta mi diceva che avrebbe cambiato vita, che fuori sarebbe andata diversamente, ma il problema erano i documenti e tutto quello che gli stava intorno. Era ancora lì nel momento in cui il fratello è venuto a cercarlo. E l’ho subito avvisato quando ne è uscito.
Ma dopo poco mi ha scritto di nuovo, perché suo fratello era già sparito un’altra volta.
Era uscito da poche settimane, dopo due anni dentro, durante i quali aveva fatto un percorso con educatori, volontari e anche con uno sportello esterno che stava provando a costruire un’uscita possibile per chi finisce di scontare la sua pena; appena fuori, gli aveva mandato dei soldi per trovare un posto dove stare, e invece era finito alla piscina Sempione, a Torino.
La piscina Sempione, o meglio l’ex piscina, è una struttura pubblica abbandonata da anni, uno spazio aperto dentro la città che nel tempo è diventato un punto di ritrovo per chi consuma, alcuni finiscono anche per viverci. Ci si arriva attraversando una una zona residenziale, strade popolate. Intorno un campo da calcio e da tennis, pieni di persone che fanno sport. In mezzo a tutto questo un parchetto e una struttura abbandonata che ospita una realtà durissima.
Tutti si sono raccomandati di non andarci da sola come mi capita di solito di fare a Cuneo quando devo o voglio parlare con le persone che vivono in strada. Così ho chiesto ad un amico di accompagnarmi, un volontario che a volte si occupa di andare lì per consegnare pasti e che dunque conosceva la situazione e anche molte persone che avremmo incontrato. Per me è stato come tornare indietro nel tempo, a quando passavo molto tempo tra i consumatori di crack, persone che mi sembravano perse e che mi intestardivo a voler aiutare a tutti i costi. Pensavo di sapere cosa aspettarmi, ma quello che ho visto mi ha comunque colpita molto più di quanto immaginassi.

Lì le persone che riuscivano a parlarmi lo facevano senza mai smettere di fumare crack, rendendo molto difficile per loro riuscire a stare dentro una conversazione. Un ragazzo mi ha detto che proprio quel giorno avevano provato a ripulire l’area e che lui, in realtà, sarebbe anche contento se riuscissero a chiuderla o a svuotarla, perché per lui stare lì significa continuare, significa non riuscire a fermarsi, e mi ha detto molto chiaramente che quando resta in quel contesto continua anche a fare piccoli furti, perché altrimenti non sa come vivere e come comprarsi da fumare.
Una mia amica di Cuneo, che consuma crack, mi aveva raccontato che una volta era entrata in quello spazio e aveva visto una persona farsi frustare decine di volte in cambio di dosi; detta così sembra una cosa estrema, ma quando sei lì dentro capisci che quel livello di degradazione non è così lontano da quello che succede.
Allo stesso tempo però capisci anche perché chi vive lì intorno è esasperato e perché chi passa ha paura. A tratti l’ho provata anche io, perché il crack non ha gli stessi effetti di altre sostanze. Una sostanza prodotta a partire dalla cocaina ha un effetto molto rapido e molto breve, che genera una dipendenza fortissima che ti costringe a ripetere l’assunzione continuamente, con un craving molto alto. E i suoi effetti non sono sedativi ma stimolanti, causando stati di agitazione, impulsività e, in alcuni casi, aggressività. E questo incide anche sul clima complessivo del quartiere.
Quello che ho visto alla piscina Sempione non è diverso da quello che ho raccontato più volte a Cuneo, anche sulle pagine de La Stampa, perché alla fine il meccanismo è lo stesso: il crack arriva, si diffonde molto velocemente, aggancia le persone più fragili e le tiene in scacco, e intorno si costruisce una specie di equilibrio fatto di consumo, sopravvivenza, piccoli reati e anche di percorsi che si interrompono, spesso per questioni amministrative come i documenti.

Questo ha conseguenze non solo sulla vita di chi consuma, ma anche sul contesto urbano e sociale in cui il consumo avviene. Viste la complessità delle cause e delle conseguenze legate al consumo, questo tema non può essere affrontato solo come una questione di ordine pubblico come invece in modo semplicistico si ostinano a voler fare politici ed amministratori più conservatori.

Dal punto di vista normativo e sanitario, in Italia gli interventi dovrebbero muoversi all’interno della cornice del sistema dei servizi per le dipendenze (Ser.D), con unità di strada, del servizi di bassa soglia e di riduzione del danno, capaci di intercettare persone che altrimenti non entrerebbero mai nei percorsi di cura. A livello europeo l’efficacia di questi interventi pubblici è giustamente riconosciuta e le sperimentazioni in questo senso sono numerosissime.
Strumenti come la distribuzione di materiali sterili e materiale informativo, l’aggancio nei luoghi di consumo, la presenza continuativa di operatori servono a ridurre i rischi immediati e a costruire nel tempo una possibilità di uscita. Sgomberare, spostare, ripulire serve forse a tranquillizzare per un po’ le persone residenti, ma sono azioni che da sole non potranno mai risolvere il problema.
Perché se non c’è un lavoro sociale e sanitario, il problema si sposta e basta. E a volte ritorna, come è successo alla piscina Sempione, il giorno stesso dello sgombero.
In questi giorni a Torino si è aperta la discussione sulla possibilità di distribuire pipette da crack ai consumatori, sulla scorta dell’esempio bolognese. Ma a chi vuole fare un passo in avanti e utilizzare questo servizio non solo per tutelare il più possibile la salute dei consumatori, ma anche creare strumenti di aggancio, c’è chi risponde ancora una volta in modo ideologico e antiscientifico, parlando di ingiusta concessione e incentivo al consumo.
Continuo a parlare di questo perché spero che piano piano le persone si convincano della bontà di questi approcci, non per partito preso, ma perché la scienza e i risultati sul campo ci dicono che sia la strada giusta.
Non ho ancora trovato la persona che sono andata a cercare alla Sempione, non so che fine abbia fatto, spero stia bene. Ma non è l’unico che sta male, soffre, è da solo a fare i conti con una vita difficile e la dipendenza. Per lui e per tutte le persone nella stessa situazione, ma anche per chi la vive da spettatore spaventato nelle strade e nei parchi sotto casa, rivolgo un appello: non fidatevi di chi vi parla di sicurezza senza parlarvi di giustizia sociale e diritti. Avete davanti a voi una persona che non cerca di risolvere problemi, ma il vostro voto.
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