Povertà dei giovani, solitudine e fragilità permanenti: i risultati del report Caritas Cuneo-Fossano

Discriminazioni

20/05/2026

Il nuovo report Caritas Cuneo-Fossano fotografa una povertà sempre più giovane, sola e difficile da superare. Un grido d’allarme che chiama in causa tutte le istituzioni: servono più coordinamento, più coraggio e politiche capaci di non lasciare indietro chi oggi vive ai margini.

Come tutti gli anni, ho partecipato alla presentazione del nuovo report della Caritas diocesana di Cuneo-Fossano sulle povertà del territorio: uno specchio molto duro di ciò che sta succedendo nelle nostre città e nelle nostre comunità.

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I numeri di quest’anno superano di gran lunga quelli precedenti, segnale molto potente: 1866 persone ascoltate, di cui 32% nuovi accessi. Un dato mi ha colpito moltissimo: l’età delle persone che chiedono aiuto. Sempre più giovani. Sempre più precocemente dentro condizioni di marginalità. Le persone tra i 18 e i 25 anni che si sono rivolte ai servizi Caritas sono cresciute in modo significativo, 5 anni fa erano il 5%  del totale, oggi l’8,3% (si arriva al 16% per i cibi alla mensa). Di cui 89% sono stranieri. 

Persone povere, ma soprattutto sole

E poi c’è un altro elemento che emerge con forza: le persone non sono soltanto povere. Sono sole.

Sole perché non hanno una rete familiare, perché vivono percorsi migratori frammentati, perché passano da un tirocinio a una formazione, poi di nuovo a un tirocinio, senza riuscire mai davvero a diventare autonome. Sole perché anche quando lavorano non riescono a sostenere un affitto, le bollette, una vita dignitosa. La cosiddetta “povertà lavorativa” non è più un’eccezione: è diventata normalità per troppe persone. 

Una povertà permanente

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Il report racconta molto bene questa fragilità mobile ma permanente. Mobile perché le persone cambiano, alcuni riescono ad andare avanti, altri arrivano continuamente. Ma permanente perché il sistema continua a produrre precarietà e a trattenere le persone dentro una condizione da cui è sempre più difficile uscire. Quasi la metà dei nuclei seguiti dalla Caritas lo è da più di quattro anni.

E dentro questa spirale pesa enormemente il tema della casa.

La discriminazione abitativa continua a essere una barriera gigantesca, soprattutto per le persone straniere. Proprietari che non affittano, richieste impossibili, diffidenza sistematica. Così chi è già fragile resta bloccato: senza una casa stabile è difficile trovare un lavoro stabile, e senza un lavoro stabile nessuno ti affitta una casa. Una trappola perfetta.

Il ruolo del pubblico e la necessità di una regia

Nel report emerge anche un altro aspetto che dovrebbe interrogare profondamente le istituzioni pubbliche: la Caritas, negli anni, ha costruito un vero e proprio sistema di presa in carico delle persone. Certo, lavorando in rete con tanti soggetti del territorio. Ma il punto è proprio questo: perché spesso è il privato sociale a riuscire a tenere insieme i pezzi che il pubblico non riesce più a coordinare? 

Il Comune di Cuneo, che con Caritas collabora da anni, può e deve fare la propria parte, pur tra limiti e possibili miglioramenti. Ma nessuna amministrazione locale, da sola, può affrontare povertà, discriminazione e marginalità se non è sostenuta da politiche coerenti e coraggiose a tutti i livelli istituzionali.

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Da consigliera regionale, in questi mesi sono intervenuta più volte chiedendo come funzionino concretamente i rapporti tra i servizi: i Centri ISI, i servizi per la salute mentale, i SerD, i servizi per la locazione, i percorsi di accompagnamento sociale. E quello che emerge con chiarezza è che manca una regia forte e determinata. Manca la sinergia tra i servizi in campo, manca la volontà politica di crearla. Perché è giusto che la Caritas sia pronta e disponibile a rispondere, ma è anche giusto che il pubblico si prenda le sue responsabilità perché qualcosa non sta funzionando..

Lo sappiamo quando vediamo persone rimbalzare tra percorsi temporanei senza stabilizzarsi mai. Lo sappiamo quando i Centri per l’impiego non riescono davvero a creare emancipazione. Lo sappiamo quando una persona che non parla italiano non riesce nemmeno a spiegare il proprio disagio a un servizio sanitario o sociale.

Un grido d’allarme, non una soluzione

Per questo momenti di restituzione come il report Caritas sono fondamentali. Non devono diventare semplicemente il racconto di chi “mette una toppa” ai problemi. Devono essere un grido d’allarme collettivo: le cose si stanno mettendo male, e abbiamo bisogno di reagire prima che la marginalità diventi normalità.

E allora bisogna anche dirlo chiaramente: grazie alla Caritas, grazie alle mense, grazie agli operatori, ai volontari e agli enti che ogni giorno tengono aperti spazi di accoglienza e dignità, anche grazie al contributo del Comune. 

Perché offrire un pasto, un dormitorio, un ascolto non significa “giustificare” gli errori delle persone. Significa impedire che la disperazione diventi abbandono totale. In questi giorni qualcuno ha persino attaccato la Caritas perché offre cibo anche a persone con precedenti penali. È una deriva pericolosa: come se chi ha sbagliato dovesse essere lasciato morire di fame per sempre. Come se la pena dovesse continuare oltre ogni possibilità di reinserimento.

La vera sicurezza non è l’ossessione securitaria. La vera sicurezza è evitare che le persone precipitino nell’invisibilità, nella fame, nella solitudine estrema.

Il compito delle istituzioni

E allora il compito delle istituzioni deve essere questo: fare di più. Abbattere le diffidenze verso chi cerca casa. Costruire servizi davvero accessibili anche a chi non parla italiano. Rafforzare il dialogo tra sociale, salute mentale e dipendenze. Dare voce a chi oggi vive sommerso e invisibile.

Perché anno dopo anno queste persone aumentano. E non possiamo abituarci all’idea che restino invisibili.



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