Se passerà la riforma Nordio, sarà messa in pericolo la nostra stessa democrazia oggi sotto attacco su diversi fronti. In particolare sarà minata l'autonomia della magistratura e aumenterà il potere del governo. Ogni voto conta, ogni passaparola. Con questo articolo spero di chiarire alcuni punti più oscuri della riforma proposta e di dare nuove motivazioni a votare, convintamente, no.
Mancano pochi giorni al voto per il referendum costituzionale sulla Riforma scritta dal ministro Nordio. E più approfondisco la tematica (molto complessa e ricca di sfaccettature) più mi convinco che dire “no” sia la cosa giusta.
Da un punto di vista politico da subito mi è parso chiaro che non ci fossero per me alternative. Trovo che sia impossibile avallare una riforma, su un tema delicato e determinante come la giustizia, proposta dal governo più di destra di sempre che dall’inizio del suo mandato non fa che sfornare decreti che limitano il dissenso. Questa riforma non influirà sull’efficienza della giustizia, lo ha ammesso anche il suo stesso ideatore. Quindi qual è quindi il suo scopo? Viste le premesse è mi sembra evidente che altro non sia che un nuovo tentativo di liberarsi le mani per fare quello che vogliono. Il punto è che non mi fido!
Da un punto di vista tecnico le cose non sono meno problematiche. I sostenitori del “sì” stanno portando avanti una propaganda praticamente concentrata su una singola modifica prevista: la separazione delle carriere. Si focalizzano su un aspetto che nella realtà riguarda un numero estremamente ridotto di magistrati. Sono infatti pochi quelli che passano dalla carriera giudicante (giudici) a quella requirente (pubblici ministeri) e viceversa. Se fosse approvata la separazione delle carriere poco cambierebbe rispetto all’attuale situazione. Dopodiché non si capisce perché bloccare la possibilità di svolgere entrambi i ruoli, cosa che permetterebbe ad un magistrato di arrivare ad una competenza approfondita dei meccanismi, delle necessità e limiti di entrambe le cariche.
Oggi la riforma Cartabria prevede che i magistrati possano cambiare ruolo una sola volta e solo dopo 9 anni dal momento in cui hanno ricevuto l’incarico. Per farlo si è obbligati a cambiare Regione di riferimento e dunque Corte d’Appello. La separazione nei fatti già esiste, prenderla a pretesto per cambiare la costituzione vuol dire prendere in giro i cittadini e le cittadine su un tema delicatissimo come è quello della giustizia.

Come dicevo sono altre le preoccupazioni che sorgono. Insieme all’avvocata Barbara Giolitti di Sinistra Italiana Cuneo abbiamo provato a stendere una guida pratica per addentrarsi nella tematica e spero possa esservi utile.
La riforma Nordio prevede che all’attuale Consiglio superiore della magistratura ne subentrino due, uno “della magistratura giudicante” ed uno “della magistratura requirente”. I due Consigli non saranno elettivi, ma composti per un terzo da membri laici e per due terzi da togati. I primi saranno sorteggiati da un elenco di giuristi predisposto dal Parlamento in seduta comune, i secondi saranno estratti a sorte tra tutti i magistrati – giudicanti e requirenti – che avranno i requisiti che stabilirà una legge ordinaria successiva. E qui abbiamo due ordini di problemi:
Le funzioni dei due CSM ipotizzati dalla riforma saranno le stesse di quello attuale (salvo che per il procedimento disciplinare che come vedremo sarebbe affidato all’Alta Corte Disciplinare). Però si moltiplicheranno le cariche, il personale e immancabilmente i costi: le previsioni sono di un costo per lo sdoppiamento dei CSM sommato alla costituzione dell’Alta Corte Disciplinare di 114 milioni di euro per il primo anno e 102 milioni annui nei successivi 1. Inoltre in nessuna parte della legge si spiega in cosa il nuovo sistema dovrebbe o potrebbe garantire maggiore efficienza.
Per migliorare l’efficienza del sistema giudiziario si deve intervenire prima di tutto sugli organici: in Italia abbiamo la metà dei Giudici della media europea (12 ogni 100.000 abitanti a fronte dei 21,5 della media Eu), ma abbiamo il doppio dei processi! Lo stesso Ministro Nordio ha dichiarato alle Camere il 18 marzo 2025 che “questa riforma non influisce sull’efficienza della Giustizia” e l’Avv. Buongiorno (deputata del centro-dx, già in Alleanza Nazionale e poi responsabile del dipartimento giustizia della Lega) ha recentemente ribadito che chi parla di riforma per rendere più efficiente la Giustizia non ha capito nulla della riforma.

Il sorteggio, così come congegnato, è un mostro giuridico e democratico, che viene introdotto esclusivamente nel nostro Paese: non si trova nemmeno per le assemblee di condominio, figuriamoci una cosa complessa come amministrare la Giustizia!
Oggi un terzo del CSM (10 membri su 30) è composto da avvocati o professori universitari ordinari in materia giuridica, eletti dal Parlamento con la maggioranza dei 3/5 dei componenti dell’assemblea. Questo comporta che le forze politiche si debbano mettere d’accordo per individuare questi rappresentanti, a garanzia che siano tutte rappresentate in modo proporzionale. Ma la riforma vorrebbe che questi 10 membri venissero tirati a sorte da una lista, preconfezionata entro 6 mesi dall’elezione del Parlamento su nomi votati a maggioranza semplice (= saranno votati dalla sola maggioranza politica rappresentata in quel momento in Parlamento) e solo successivamente da quella lista verranno estratti a sorte i 10 componenti del CSM!
I dettagli sulle modalità concrete verranno stabiliti solo da un successivo decreto attuativo. Ma è già chiaro questo: la componente scelta dal Parlamento sarà politicamente “in linea” alla con la maggioranza politica del Parlamento e del Governo (che è espressione del primo): in sostanza tre organi costituzionali avranno lo stesso orientamento politico… alla faccia della divisione dei poteri che sta alla base delle Democrazie moderne!

I due Csm perderanno i poteri disciplinari, oggi affidati ad una Sezione speciale dell’attuale Csm composta da 6 membri di cui 4 magistrati e 2 membri laici. Il ruolo disciplinare verrà ricoperto da un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare. Come per i due CSM, è previsto che la scelta dei suoi componenti sia affidata allo stesso sistema già visto per i CSM (componente politica compatta e componente tecnica/togata estratta a sorte), ma si prevede anche di modificarne il numero di componenti arrivando a 5: 3 magistrati e 2 membri laici. Questo sconvolgerà gli equilibri dell’organo giudicante, perché raddoppia il peso dei membri laici scelti dal parlamento (sempre a partire da una lista ancora sconosciuta) sul verdetto di condanna o assoluzione, perché basterà il voto di un solo magistrato concorde con i membri di individuazione politica anziché due per prendere una decisione a loro favorevole.
Non solo: la funzione di “PM” nell’ambito del procedimento disciplinare sarà esercitato dal Ministro di Giustizia e non più, come accade ora, dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione: la politica entrerà a gamba tesa nel processo decisionale circa chi perseguire o meno.
Come se non bastasse, le decisioni dell’Alta Corte non saranno più impugnabili davanti alla Corte di Cassazione, ma potranno essere reclamate solo davanti alla stessa Alta Corte (con collegio in composizione differente, ma pur sempre eletta e funzionante come abbiamo detto prima). E’ chiaro che di fatto venga meno un grado di giudizio ed aumenti notevolmente l’influenza politica sulla decisione.
Ma dobbiamo chiederci: sono un problema per chi?
Per chi vuole trovare un escamotage per aumentare il proprio potere, forse. Le correnti sono alla luce del sole, non c’è una sorta di setta segreta che trama in segrete stanze.

L’appartenere ad uno o l’altra corrente non influenza il giudizio verso chi appartiene a correnti diverse. Si vuole creare un falso problema per nascondersi dietro i reali motivi della riforma: allentare la separazione dei poteri che sta alla base della nostra costituzione. Ricordo poi che solo 2009 magistrati su 9000 sono iscritti a correnti e che Falcone e Borsellino appartenevano a due correnti diverse: mi pare che questo non gli abbia impedito di portare avanti un lavoro difficile e indefesso per il bene di tutto il paese.
Questa proposta di riforma si inserisce in un quadro di generale “recessione democratica” a cui stiamo assistendo in tutto il mondo occidentale. Lo spiegano bene Emiliano Brancaccio e Alberto Lucarelli in un articolo scritto per Il Manifesto. I cosiddetti “Indici di democrazia” sono in calo dal 2008, cioè (un caso?) dall’inizio della crisi economica globale. Tra le diverse cause di questo degrado (limitazioni alla libertà di informazione, di associazione, abusi delle forze di polizia, restrizioni al diritto di sciopero) a pesare maggiormente sul calo degli indici sono spesso le modifiche apportate al sistema giudiziario. Nel caso dell’Italia andrebbero intaccati quelli che riguardano l’autonomia della magistratura e il potere concesso alla maggioranza di governo. Non penso sia un rischio che ci possiamo permettere di correre.
Il sistema giudiziario è al collasso. Come già ricordato manca personale, i tribunali sono intasati, le carceri scoppiano. Questi sono i veri problemi dell’Italia, non la neutralità dei magistrati. Su questi la riforma non avrà nessun effetto migliorativo e la tendenza del nostro governo a creare nuovi reati e nuovi processi e nuovi carcerati piuttosto che prendersi la responsabilità di affrontare seriamente i problemi non farà altro che peggiorare la situazione.
Che si preoccupassero dei veri problemi sarebbe chiedere troppo?

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