Stazione di Cuneo: la nuova vita del “quadrilatero”. Una storia sulla sicurezza e sulla comunità.

Partecipazione

24/02/2026

La zona stazione di Cuneo torna al centro del dibattito tra sicurezza reale e percepita. Ma oltre la narrazione dell’insicurezza, il quadrilatero racconta un percorso di rigenerazione fatto di comunità, socialità e nuove energie che stanno cambiando il quartiere.

Sulla sicurezza, di nuovo

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La zona stazione di Cuneo riemerge ciclicamente da anni nel dibattito pubblico e istituzionale, spesso con toni accesi. E spesso, quasi sempre, associata al tema della sicurezza.
Recentemente ha fatto discutere la proposta del consigliere comunale Vincenzo Pellegrino di destinare i locali della stazione, vuoti da tempo, a sede della Polizia locale. Nel prossimo Consiglio comunale si discuterà un ordine del giorno presentato dagli “Indipendenti” per la riapertura del sottopasso che collega la stazione a corso Giolitti, chiuso nel 2020 per motivi di sicurezza pubblica, ma oggi infrastruttura importante anche visto il processo di rivitalizzazione della zona. Nei mesi scorsi, con una dichiarazione evidentemente strumentale e contestata dal Comitato di Quartiere Cuneo Centro, il sindaco di Roccavione ha deciso di trattare il tema dell’insicurezza in città, con un pressappochismo tale da rendere evidente un tentativo di legittimazione delle politiche del partito a cui stava aderendo.

Invertire la rotta della narrazione mainstream

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Nessuno nega che la sicurezza sia un tema sensibile oggi. Ma dispiace però quando il racconto di un’area cittadina si ferma ad una stereotipizzazione che non tiene conto del lavoro portato avanti in questi anni: l’impegno dell’amministrazione, del comitato di quartiere, delle forze dell’ordine, della Polizia locale, dei servizi e delle realtà associative che hanno operato in modo coordinato. Quando le politiche pubbliche producono risultati positivi è giusto riconoscerlo: all’interno di questo percorso la Sindaca e l’amministrazione hanno compiuto scelte importanti e utili per la comunità. Ridurre tutto a una narrazione di insicurezza permanente non restituisce la complessità né i passi avanti compiuti. Non aiutano nemmeno le scelte editoriali dei media locali che accostano foto di repertorio di FFO in azione nel «quadrilatero» non appena si parla di irregolarità, avvenute altrove.

La Polizia Locale ha già un proprio presidio nella zona, è davvero necessario che gli si dedichi un altro spazio che potrebbe essere usato per attività socializzanti, che abbiamo visto avere un ruolo positivo sugli equilibri del quartiere? La sfida, oggi, non si limita all’occupazione e alla “messa in sicurezza” della stazione in modo simbolico. Dobbiamo continuare a rendere quell’area viva, abitata, dobbiamo continuare ad attraversarla. Perché una stazione può essere apparentemente sicura, oppure realmente vissuta. Non penso ci siano alternative.

Comunità, cultura e relazioni: quello che ho visto nel quartiere

Mi permetto di inserirmi nel dibattito perché sono stata per anni impegnata (e direi anche ossessionata) dalle dinamiche che si susseguivano nel «quadrilatero». E questo interesse persiste.

In zona stazione in questi anni la risposta c’è stata, ed è giusto riconoscerlo: più attenzione istituzionale, più presidi, più capacità di intervenire su fenomeni criminali veri, come lo spaccio, che non si combatte con le opinioni ma con il lavoro serio delle forze dell’ordine e con una strategia coordinata. Che ci messo tempo, ma è arrivata.

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Ho visto molti soggetti lavorare ed impegnarsi per provare a cambiarlo: il Comitato di quartiere, che ascolta le preoccupazioni di chi vive e lavora qui, raccoglie segnalazioni sul senso di insicurezza, la frustrazione di sentirsi sole e soli di fronte a fenomeni complessi. Ho visto negli anni organizzare rassegne culturali e artistiche di livello, un mercato contadino, intrattenimento nei locali sfitti. Ho osservato il quartiere dare vita insieme al «cerchio» delle famiglie del quartiere, con la collaborazione di terzo settore e servizi sociali.

Ci sono state le iniziative dell’associazione Zaratan che tramite il percorso “Ritessere Fiducia”, appoggiato dall’amministrazione e Fondazione CRC, ha provato a rimettere le persone nello spazio pubblico, riaccendere relazioni, creare occasioni di incontro, insieme a molti enti e persone che il quartiere lo vivevano e lo vivono.

Nuovi esperimenti di convivenza e incontro

Sempre nella stessa area stanno oggi nascendo e consolidandosi spazi e comunità che costruiscono socialità intenzionale. Penso al Circolo Arcipelago frutto di una scelta non solo di volerci essere, ma di farlo in un luogo preciso. Aprire proprio lì, in un’area che per anni è stata raccontata quasi esclusivamente per i suoi problemi, significa spostare il baricentro del discorso. Portare cultura, incontri, musica e confronto dove prima si vedeva solo criticità è un modo tangibile per dire che quello spazio può essere attrattivo.

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E poi c’è il Movicentro, in cui ha da poco aperto il Movi Lounge Bar. Che però non è “solo”, un bar, ma anche uno spazio che con continuità accoglie chi passa, con un sorriso, una sedia al caldo, un calcio-balilla vissuto. È un presidio sociale prima ancora che commerciale.

In questo senso, la proposta di riaprire il sottopasso che collega la stazione a corso Giolitti faciliterebbe il passaggio e sarebbe un riconoscimento del tempo ed energie che si sono messe per attuare un cambiamento.

Penso poi a chi, in corso Giolitti, ha deciso di restare e di attivarsi: commercianti, residenti, nuove associazioni che hanno provato a tenere insieme pezzi diversi della stessa strada. Non si tratta di retorica della resilienza, ma di un dato di realtà: una via cambia quando torna a essere attraversata per scelta, non solo per necessità.

Controllo o rigenerazione?

Sicurezza reale e sicurezza percepita non coincidono, ma entrambe incidono sulla qualità della vita. La paura non va né cavalcata né sminuita: va presa sul serio, letta, tradotta in politiche. Questo significa tenere insieme livelli diversi. Dove ci sono reati servono indagini e interventi puntuali. Dove c’è fragilità sociale servono servizi, ascolto, presenza quotidiana. Dove si è allentato il legame tra le persone, serve creare occasioni perché quel legame si ricostruisca.

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Se ci limitiamo a togliere – allontanare, chiudere, vietare – spesso otteniamo solo uno spostamento del problema. Se invece affianchiamo al controllo la capacità di generare funzioni, attività, relazioni, allora iniziamo a incidere sulle cause. È un lavoro più lento, meno spettacolare, ma più solido.

Una città sicura, alla fine, non è quella senza conflitti. È quella che riduce le distanze, che rende visibili le persone, che non lascia interi pezzi di territorio in una zona grigia. Se guardiamo a ciò che sta accadendo oggi, vediamo che il quadrilatero sta provando a fare proprio questo: non solo contenere, ma orientare. Non solo reagire, ma dare forma a un’idea di città. Ne sono contenta, e un po’ orgogliosa.



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